Danza di morte

 

DANZA DI MORTE

di August Strindberg


Riduzione e adattamento di Gherardo Coltri

Lui, un proletario che è riuscito a diventare capitano ma non maggiore, un "self-made man a metà"; lei una ex attrice che ha sacrificato alle aspettative di una scalata sociale (che non c'è stata) una carriera artistica luminosa (che forse non ci sarebbe stata); l'altro, il cugino di lei che viene dal passato.
.Edgar e Alice, marito e moglie da venticinque anni, vivono su un'isola, lontani dal mondo con il quale comunicano solo con il telegrafo. E, nello spazio claustrofobico della loro casa, si torturano con reciproche ripicche. Il loro matrimonio si nutre di frustrazioni, noia e del "più irragionevole degli odi, quello che non ha una causa e non ha una fine". Almeno fino a quando il perfetto equilibrio di questo nevrotico meccanismo di odio-amore esplode con l'arrivo di un terzo elemento, Kurt, cugino di Alice. Ma basterà che l'uomo riparta e marito e moglie, dopo i veleni e la bufera, riprenderanno la loro rodata esistenza in comune. Al di là delle apparenze infatti, il gioco delle parti tra i due è estremamente saldo, cristallizzato com'è in comportamenti, rituali, tic che si sono cementati nel corso di una lunga vita insieme, come in una "danza di morte" appunto, potente metafora dell'inferno coniugale cui i due sembrano condannati, perché "un matrimonio visto da vicino è spaventoso". Questa sorta di gioco al massacro, non nasce dallo scontro di creature particolarmente diaboliche e perverse, ma dalla convivenza di personaggi ordinari. Banali sono i contenuti dei loro dialoghi, quotidiane le scene dei loro conflitti. La ripetitività di alcuni dialoghi richiama le medesime dinamiche “ad libitum” delle filastrocche infantili; nei meccanismi collaudati da anni di convivenza, risuonano le regole aleatorie inventate nei giochi infantili. E' l'arrivo di Kurt, l'estraneo, a far emergere ciò che è latente, in tutta la sua potenza. Edgar e Alice sono infatti come una coppia di attori senza pubblico: basta l'arrivo di un solo spettatore perché si animino, perché si abbandonino al piacere dell'esibizione teatrale, del gusto istrionico della rappresentazione in un'implacabile danza macabra. Perché solo la morte, sempre evocata e, a tratti invocata, li può liberare l'uno dall'altra. E intanto si sbranano, sotto l'occhio dello spettatore che, attraverso la figura volutamente sbiadita di Kurt, può cogliere tutte le ambiguità di questo "delirio a due": la dimensione ludica che sottende l'aggressività continua di marito e moglie, i frammenti di sarcastica ironia a intramezzare la monotonia delle ordinarie "scene da un matrimonio". E nello scontro che portano in scena non si può dare "ragione a nessuno, ma aver compassione di tutti e due".
Pur nel rigore di una lettura rispettosa e coerente del dramma, la regia ha voluto evidenziare, il carattere precario della condizione dei due protagonisti (e, in fondo, dell’umanità intera), il loro spasmodico bisogno di esistere attraverso la rappresentazione di se stessi, la ritualità infantile e inconsistente delle reciproche aggressioni: si è ricorso a brevi cenni iconografici affidati a pochi semplici elementi scenografici: lo spazio ridotto ad una sorta di zattera alla deriva, un teatrino di burattini, il mobilio innaturalmente piccolo, quasi da casa di bambole.

 

Personaggi e Interpreti

EDGAR: Gherardo Coltri
ALICE: Elettra Verderese
KURT: Francesco Arzone
HECTOR: Fabio D’Alberto

COSTUMI, SCENE E REGIA: Gherardo Coltri
ELABORAZIONI MUSICALI: Giuseppe Domenichini
REALIZZAZIONI PITTORICHE: Luca Altamura
TECNICO LUCI E SUONO: Federico Galbieri